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E la guerra è finita.
Afflizioni e tormenti
come galloni lucenti
appuntati sulla pelle.
Ora tornerò
fin dove cadono i pensieri.
Guarderò giù
con orbite di pietra,
senza l’antico vizio
di chiamare casa
ciò che m'ha già ucciso.
Ho consumato le unghie
sulla calotta del cranio
scavando in tondo
una via d’uscita
nello stesso punto
dove ero rinchiuso.
Ho sbriciolato i denti
masticando parole
che andavano sputate
prima che diventassero le più servili scuse.
Nel passato ristagna
la marcia ambizione
di un futuro diverso:
una pozzanghera scura
dove continuo a lavare
le macchie
di chi mi somiglia.
La solitudine insiste,
sempre,
anche quando il mio nome
sembra un vestito
rimasto addosso a un morto.
E crescerai,
ti diranno.
Crescerai tentando di uccidere
chi ti ha nutrito,
per poi scoprire
che il sangue
è sempre stato il tuo.
Ho fatto piazza pulita d’ogni cosa:
ho disinfettato il dolore
fino a rendere sterile l'inespiabile delitto.
E resto verticale per inerzia,
impigliato in un futuro
che porta ancora le scarpe di mio padre;
e diserto il mio presente
non sapendo neanche più
come si guarda una madre.